Può sembrare una provocazione, eppure è l'immagine più fedele che ieri, con amici carissimi, abbiamo trovato per leggere due evoluzioni dello stesso vino. Non due vini diversi, ma lo stesso vino imbottigliato dalla stessa botte a tre anni di distanza.
Altrimenti nasce da una sola botte di perpetuo, che ho avviato nel 2012 e ricolmato ogni anno con l'Inzolia della vigna vecchia, impiantata intorno al 1965. Ogni vendemmia porta vino nuovo dentro una storia già iniziata, e ogni prelievo porta con sé una parte di tutti gli anni precedenti. Per questo parlare di annata ha poco senso, mentre lo ha esclusivamente il ritmo del tempo che scorre.
Nel gennaio del 2023 abbiamo imbottigliato Altrimenti #3, e nel gennaio del 2026 il #4.
Lo stesso vino, a tre anni di distanza, soprattutto se affinato per tanto tempo, dovrebbe cambiare pochissimo. Eppure, nel bicchiere, sembra guardare il mondo da due prospettive opposte.
Dunque il #3 e il #4 non rappresentano due fasi di una scala evolutiva, non c'è un "prima" imperfetto e un "dopo" compiuto, ma due modi diversi di abitare lo stesso luogo. Nel #3 il territorio è corpo, materia, energia. Nel #4 il territorio diventa forma, luce, idea. Entrambi i vini sono veri, entrambi sono necessari.
Forse è proprio questo che mi affascina del perpetuo: il tempo non rende il vino semplicemente più vecchio e magari più complesso, ma gli permette di trovare linguaggi nuovi.
E mi sembra che in questa degustazione uno abbia parlato la lingua della materia di cui è fatto questo terroir, l'altro quella della sua forma.